E. Carrére, “Io sono vivo, voi siete morti”

“Per calmarsi frugava nell’armadietto dei medicinali in cerca delle sue pillole. Ne prendeva anche per sentirsi più in forma e per risollevarsi morale, per affrontare gli altri; per lavorare e per riposarsi, per dormire e per svegliarsi. In giro si diceva, e non a torto, che fosse drogato, ma lui, pur decantandone le virtù, temeva gli acidi come la peste, e se ogni tanto fumava qualche canna era solo per convenienza sociale: per sua propensione era attratto esclusivamente dai farmaci. Gli piaceva la loro precisione, la relativa costanza dei loro effetti, le tante possibilità di combinazione che offrivano a un intenditore come lui. In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? aveva dotato le case americane del futuro di un computer che si collegava ai neuroni delle persone, permettendo a ognuno di scegliersi l’umore che preferiva da un catalogo straordinariamente vario. L’apparecchio si poteva programmare in modo da svegliarsi allegri e pieni di energia come i tizi delle pubblicità dei materassi o dei prodotti per la prima colazione. In caso di lite coniugale non c’era che da scegliere fra un inibitone talamico (che avrebbe placato la rabbia) e uno stimolante talamico (che l’avrebbe esacerbata quanto bastava per avere la meglio nel battibecco). Nel dubbio era sempre possibile affidarsi al programma «Capacità decisionale», che metteva fine all’incertezza. Alcuni utenti particolarmente sofisticati si concedevano anche programmi illegali che prevedevano fasi di «Depressione e sterile autoaccusa», a cui poi rimediavano con «Consapevolezza delle molteplici possibilità che il futuro vi apre davanti e rinnovata fiducia nella vita». Con lo stesso criterio Dick usava le pillole. Una manciata di anfetamine lo trasformava, per una serata, in un padrone di casa spumeggiante, e se ne aveva a disposizione una grossa scatola come quella che una volta aveva sgraffignato nel bagno del vescovo, poteva scrivere un romanzo in due settimane senza mai chiudere occhio. Sapeva bene che quei picchi di euforia si scontavano con lunghi periodi di depressione, se non addirittura con sintomi propriamente psicotici: disturbi percettivi, vuoti di memoria, tenori irrazionali, pulsioni suicide; ma con l’aiuto di un vasto assortimento di sedativi e tranquillanti alla fine riusciva sempre a venirne fuori, almeno in teoria. Sapeva che, acquattato dietro quegli stati d’animo, lo aspettava Palmer Eldritch, ma erano le regole del gioco, una sorta di contratto che lui non metteva in discussione. Sapeva, o quanto meno intuiva, che non è mai dato sapere tutto, che in questo genere di contratti ci sono sempre delle clausole scritte in caratteri minuscoli e che un giorno avrebbe dovuto leggerle, ma ormai era troppo tardi per tornare indietro, il suo corpo era diventato una sorta di shaker per cocktail chimici […].”

E. Carrére, “Io sono vivo, voi siete morti”, trad. di Federica e Lorenza Di Lella, Adelphi Edizioni, 2016.

E. Carrére, “Io sono vivo, voi siete morti”, trad. di Federica e Lorenza Di Lella, Adelphi Edizioni, 2016. — #EmmanuelCarrère #EmmanuelCarrere #Carrère #Carrere #Adelphiedizioni #Dick #PhilipDick #PhilipKDick #biografiefinzionali #adelphi #instabook #Ilcacciatorediandroidi #Magliandroidisognanopecoreelettriche #bladerunner #bookstagram #reading #consiglidilettura #lettureconsigliate #drugs #medicinali #lsd #ubik

Annunci
Pubblicato in Citazioni/estratti | Lascia un commento

Lidia Yuknavitch, “Il libro di Joan”

“Joan si sfrega il punto della testa dove è situata la luce blu. All’età di undici anni, sua madre l’aveva portata da una sfilza di neurologi; ognuno di loro aveva consigliato un intervento chirurgico per asportare ciò che provocava la luminescenza blu, qualsiasi cosa fosse. Un tumore? La scheggia di un proiettile? Nessuno sapeva nemmeno lontanamente quale fosse l’origine della luce, o in cosa consistesse esattamente, o come avesse fatto a entrare nella testa di una bambina. Joan non aveva raccontato a nessuno di quando aveva toccato l’albero, e aveva rivelato solo minimi dettagli su come una canzone e una fragorosa scossa di energia le avevano fatto gettare indietro la testa e allargare le braccia; su come non ci fosse stato dolore, ma qualcosa che era oltre il dolore, una specie di estasi, la sensazione di una fusione intima col bosco che la circondava. E su come il canto della morte e della resurrezione della terra le avesse riempito la testa. Un canto che parlava di come l’umanità sarebbe tornata alla materia.”

Lidia Yuknavitch, “Il libro di Joan”, trad. di Laura Noulian, Einaudi, 2019.

Sia messo agli atti che è la prima volta in vita mia che compro un libro per la copertina. Solo Manfredi Ciminale poteva tanto.

Pubblicato in Interviste | Lascia un commento

Sadegh Hedayat, “La civetta cieca”

“Mi procurò tuttavia una certa soddisfazione il pensiero che, almeno per pochi secondi, gli uomini della marmaglia soffrissero, sia pur di sfuggita e in modo superficiale, qualcosa di simile a quello che io stesso soffrivo. Non era forse la mia stanza una bara? Questo letto, che sempre disfatto mi invitava al sonno, non era forse più freddo e più scuro della tomba? Il pensiero di star giocando in una bara mi aveva preso più volte. La notte, la stanza pareva restringersi e contrarsi attorno al mio corpo. Non può darsi che i morti abbiano nella tomba una sensazione simile? Si sa forse alcunché di preciso sulle sensazioni che si possono provare dopo la morte? È vero, il sangue cessa di circolare, e nello spazio di un giorno e una notte alcune parti del corpo cominciano a decomporsi; nondimeno i capelli e le unghie continuano a crescere per un certo tempo. La sensibilità e il pensiero cessano appena il cuore ha smesso di battere, oppure continuano una esistenza vaga, alimentata dal sangue che ancora s’attarda nei vasi capillari? Il morire è già fatto pauroso in se stesso, ma la coscienza di essere morti sarebbe assai più terribile. Alcuni vecchi muoiono con un sorriso sulle labbra, come chi passi dal sonno a un sonno più profondo, o come una lampada che cessa di ardere. Ma quali possono essere le sensazioni di un uomo giovane e forte che muore all’improvviso e continua ancora per qualche tempo a lottare contro la morte con tutta la forza del suo essere?”

Sadegh Hedayat, “La civetta cieca” (1930), trad. di Marco Guarnaschelli, SE Studio Editoriale, 1993, 2019.

— Sadegh Hedayat, “La civetta cieca” (1930), trad. di Marco Guarnaschelli, SE Studio Editoriale, 1993, 2019. — #SadeghHedayat #Lacivettacieca #SEStudioEditoriale #edizionise #seedizioni #letteraturapersiana #letteraturairaniana #iran #morte #librinonpertutti #allucinazioni #oppio #kafka #dostoevskij #maxblecher #sartre #esistenzialismo #nichilismo #suicidio #pessimismocosmico #antinatalismo #consiglidilettura #lettureconsigliate #capolavoriletterari #instabook #bookstagram #SadeqHedayat #Hedayat #theblindowl

Pubblicato in Citazioni/estratti | Lascia un commento

Viktor Šklovskij, “Zoo, o lettere non d’amore”

“Mi hai assegnato due compiti. 1) Non telefonarti. 2) Non vederti. Adesso sono un uomo impegnato.”

Viktor Šklovskij, “Zoo, o lettere non d’amore”, trad. di M. Zalambani, Sellerio 2002.

Pubblicato in Citazioni/estratti | Lascia un commento

Edgar Allan Chi?

“Questo è un famoso disegno creato nel 1892 da Charles Allan Gilbert, intitolato ‘Tutto è vanità’, e a seconda di ciò che vedi per primo può risultare piuttosto inquietante. La maggior parte delle persone che lo guardano non si rendono nemmeno conto che il disegno è più di quello che sembra. Hai notato qualcosa di insolito in questa immagine? Hai 10 secondi di tempo per capirlo.” 592.216 visualizzazioni.

Pubblicato in Segnalazioni | Lascia un commento

Teste di cavolo

“Il dipinto raffigura una leggenda popolare fiamminga che narra di un fornaio di Eeklo, piccola città nei pressi di Bruges, in grado attraverso un liquido miracoloso di cambiare i tratti del viso e il carattere di coloro che non erano contenti del proprio aspetto e della propria indole. Era sufficiente tagliare la testa, impastarla con il liquido, metterla in forno e ri-fissarla sul collo dopo la cottura. A coloro che si sottoponevano al trattamento, per fermare il flusso dì sangue, veniva messo sul collo un cavolo, simbolo di una testa vuota e inoperosa. In primo plano vediamo un assistente del fornaio in atto di tagliare la testa ad un cliente, mentre altri personaggi, già decapitati, sono seduti a mani giunte con il cavolo al posto della testa. Sullo sfondo i panettieri preparano le teste e le infornano. A volte, però, la cottura non riusciva perfettamente oppure le teste uscivano dal forno troppo cotte con la conseguenza di ottenere una testa deforme o idiota. La storia naturalmente aveva un significato moraleggiante e rappresentava una sorta di ammonimento per le persone che volevano cambiare drasticamente la loro natura.”

Pittore fiammingo primo quarto del sec. XVII, “La leggenda del fornaio di Eeklo”, copia da Cornelis van Dalem e Jan van Wechelen. Olio su tavola, 21 x 32 cm. Musei Reali Torino.

Pubblicato in Segnalazioni | Lascia un commento

Si decide tutto entro i primi sette anni

Estate 1985, avevo quasi sette anni. Ogni volta che riguardo questa foto mi sento deresponsabilizzato, penso che qualsiasi cosa avessi potuto fare, qualsiasi percorso avessi intrapreso, era stato già tutto deciso allora. “In ‘Your child: Birth to age 6’ (1986), lo psicologo americano Fitzhugh Dodson affermava che ‘tutto si decide entro i sei anni’. Secondo lui, i primi anni di vita di un individuo sarebbero decisivi a tutti i livelli: successo sociale ed economico e, più in generale, realizzazione… La scuola obbligatoria, che comincia a sei anni, arriva come la cavalleria: troppo tardi”. [tratto da Laurent Alexandre, “La guerra delle intelligenze”, EDT, 2018]. Da quando sono padre quella foto è diventata un monito; penso costantemente: “Tutto si decide entro i sei anni, mi raccomando, sii impeccabile”. I miei genitori, però, non hanno sbagliato niente. E allora ripenso a quella poesia di Edgar Allan Poe, che comincia così: “Fin già dall’infanzia io non ero / Come eran gli altri – né vedevo / come vedevano loro – né traevo / le mie gioie dalla loro stessa fonte, / né da quella fonte ho mai attinto / il mio dolore – né mai ho spinto / il mio cuore a unirsi a quel volo: / ciò che ho amato, l’ho amato solo”. E mi dico che forse, a volte, si diventa come si diventa senza nessun motivo, e che va bene così.

Pubblicato in Mauro Maraschi | Lascia un commento