Sergio Solmi su Bazlen

Se dovessi riassumere, per conto mio, l’insegnamento vitale (di lui, che peraltro non teneva affatto ad essere un “maestro”), direi che esso sia in massima parte consistito nella continua rimozione e rimessa in causa di quelli che, di volta in volta, potevano apparirci come i nostri punti di arrivo: in un invito a mantenere, sempre, la massima apertura del compasso: magari anche a rischio di oltrepassare l’estremo circolo.

Sergio Solmi su Bazlen, nell’introduzione a “Lettere editoriali” (Adelphi, 1968)

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Roberto Bazlen su “Il demone meschino” di Fëdor Sologub

“Riletto due anni fa, a direi vent’anni dopo la prima lettura, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a uno dei libri più perfetti o almeno più vivi per me, di quell’immenso periodo che va dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale e che, passato il periodo di latenza che segue a pochi anni la morte degli scrittori e la prima morte dei libri, sta per riaffiorare e nel quale i meno-di-trent’anni di oggi faranno scoperte emozionanti e troveranno le radici più vicine, e finora sconosciute, di tutti i loro motivi e di tutti i loro problematismi.”

Roberto Bazlen su “Il demone meschino” di Fëdor Sologub, 28 aprile 1954, tratto da “Lettere editoriali”, Adelphi Edizioni, 1968.

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Gončarov, “Oblomov”

“…se la fantasia ancora ribolliva in lui, se riprendevano forma antichi ricordi, sogni non realizzati, se nella sua coscienza affioravano rimorsi per aver vissuto così e non altrimenti, allora dormiva male, si svegliava, saltava giù dal letto, delle volte piangeva fredde lacrime di disperazione per l’ideale luminoso di cita che si era spento per sempre, come si piange un caso defunto, con l’amara sensazione, nella coscienza, di non aver fatto abbastanza per lui quando era in vita.”

Gončarov, “Oblomov”, trad. di Paolo Nori, Feltrinelli, 2012.

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Gombrowicz su Sartre

“Non era più tanto sicuro di non essere una bambina: molte persone l’avevano baciato chiamandolo signorina, tutti lo trovavano delizioso con le sue alucce di tarlatana, la sua lunga vestina celeste, le piccole braccia nude e i boccoli biondi; aveva paura che la gente decidesse tutt’a un tratto ch’egli non era più un maschietto […]”. [J-P. S.]

“Fuggendo davanti alla nostra responsabilità fondamentale, scegliamo di negare noi stessi, oppure scegliamo valori assoluti, come Dio, le leggi della natura, e altro ancora. E così Sartre definisce in cosa consista la sua morale. Consiste nel scegliere la libertà, e nell’affermarla.” [W.G.]

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Giordano Tedoldi, Io odio John Updike

“Quando, in campo medico, si inventa una nuova procedura operatoria, c’è sempre una prima équipe che in genere guadagna la fama, se il paziente non decede, e in certi casi anche se decede. E c’è sempre un primo paziente, cui auguro in questo caso di non decedere, perché quel primo paziente sei tu.”

Giordano Tedoldi, incipit di “Sciarada”, in “Io odio John Updike” (minimum fax, 2016).

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Un antefatto di SE*

Ho cominciato a cercare «Topologia di una città fantasma» il giorno stesso in cui mi è stato consigliato, non perché mi interessasse Robbe-Grillet, bensì incuriosito da quel titolo improbabile, che sembrava un’invenzione di Wilcock, o uno di quei titoli che si sognano, le rare volte che si sogna un titolo. Il libro, però, pubblicato da Guanda nel 1983, era fuori catalogo, nonché irreperibile sui canali di vendita online dedicati all’usato. Considerato il motivo per il quale lo cercavo avrei quindi lasciato perdere, se in un’inserzione scaduta su eBay non avessi scoperto che, pur essendo Guanda, «Topologia» aveva la stessa veste grafica delle edizioni SE. Continua a leggere

Pubblicato in Lavori, Mauro Maraschi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Solo che quello scrittore è morto.

A piccoli passi, libro do­po libro, andiamo facendo i conti con uno scrittore che si sta rivelando tra i più vivi della letteratura italiana d’oggi. Solo che quel­lo scrittore è morto.

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