Sull’inutilità della difesa

Se si studia lo sviluppo della tecnica della fortificazione da Floriani, da Capri e Sanmicheli, attraverso Rusenstein, Burgsdorff, Coehoorn e Klengel fino a Montalembert e a Vauban, è sorprendente dover riscontrare, disse Austerlitz, con quanta ostinatezza generazioni di architetti militari, nonostante il loro talento senza dubbio eccezionale, si siano mantenute fedeli a un’idea radicalmente sbagliata (come noi oggi non abbiamo difficoltà a riconoscere), quella secondo cui, munendo un tracé ideale di bastioni smussati e rivellini aggettanti, in modo da poter tenere sotto il tiro dei mortai della fortezza l’intera zona di operazioni situata davanti alle mura, sia possibile garantire la sicurezza a una città per quanto è umanamente dato. Nessuno, disse Austerlitz, possiede oggi anche solo una vaga idea di come sia sterminata la bibliografia sulla tecnica delle fortificazioni, di quanta inventiva sia contenuta nei suoi calcoli geometrici, trigonometrici e logistici, a quali ipertrofici eccessi sia giunto il linguaggio specialistico circa l’arte della fortificazione e dell’assedio, e nemmeno capisce ormai i termini più semplici come escarpe e courtine, faussebraie, reduito glacis; e tuttavia, persino dalla nostra prospettiva odierna, ci è possibile constatare che sullo scorcio del XVII secolo, fra i diversi sistemi, venne infine delineandosi come pianta privilegiata il dodecagono a forma di stella con controfosso, un modello di tipo ideale, derivato per così dire dalla sezione aurea e in effetti – lo si può ben comprendere esaminando gli intricati disegni di fortezze come quelle di von Coevorden, Neuf-Brisach o Saarlouis – senz’altro accessibile perfino all’intelligenza di un profano quale emblema della forza assoluta nonché dell’ingegno ingegneresco posto al suo servizio. Nella prassi strategica, però, nemmeno le fortezze a stella, costruite e perfezionate dappertutto nel corso del XVIII secolo, raggiunsero il loro obiettivo: tale era la concentrazione su questo schema, infatti, da indurre a trascurare la circostanza che le fortezze più imponenti attirano, com’è nella natura delle cose, anche le forze nemiche più imponenti; che quanto più ci si trincera, tanto più risolutamente ci si mette sulla difensiva, costretti alla fine ad assistere, da una postazione fortificata con ogni mezzo immaginabile e senza poter fare nulla, a come le truppe nemiche, aprendosi altrove una zona di combattimento scelta da loro, ignorino bellamente le fortificazioni, trasformate in arsenali a regola d’arte, sovraccariche di bocche da fuoco e sovraffollate di uomini. È perciò accaduto più volte che, proprio mentre si intraprendevano opere di fortificazione, fondamentalmente segnate, disse Austerlitz, da una tendenza allo sviluppo paranoide, si sia lasciato scoperto un punto decisivo, spalancando così le porte al nemico, per non parlare poi del fatto che, con la crescente complessità dei progetti, andava altresì aumentando il tempo di attuazione e quindi la probabilità che, a lavoro appena concluso, se non addirittura prima, le fortificazioni risultassero già superate per via dei nuovi sviluppi prodottisi nell’artiglieria e nei programmi strategici, sempre più consapevoli del fatto che tutto si decide nel movimento e non nella stasi. E se prima o poi la resistenza di una fortezza veniva messa davvero alla prova, la faccenda si chiudeva di regola, dopo uno spaventoso spreco di materiale bellico, per lo più senza risultati.

W. G. Sebald, AUSTERLITZ (Adelphi, 2006), trad. di Ada Vigliani

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