Solo che quello scrittore è morto.

A piccoli passi, libro do­po libro, andiamo facendo i conti con uno scrittore che si sta rivelando tra i più vivi della letteratura italiana d’oggi. Solo che quel­lo scrittore è morto.

È morto quattro anni fa lasciando inedita l’intera sua produzione. E benché la stampa delle sue opere sia arrivata a buon punto dopo la comparsa recente del quinto suo romanzo, Dissipatio H.G., quel che si continua a sapere di Gui­do Morselli è poco, anzi po­chissimo.
Scrittore appartato e so­litario, assolutamente sco­nosciuto prima della sua scomparsa, vissuto in quel di Varese, e con un occhio all’Italia e uno alla Svizze­ra e di qui alle letteratu­re europee (donde quel tan­to di cosmopolita che si ravvisa nella sua produzio­ne), uomo di cultura sofi­sticata e anche eccentrica, lavorò in silenzio ai suoi romanzi, che propose a qualche editore vedendoseli rifiutare. Di uno, si raccon­ta negli ambienti letterari (ma non giureremmo che sia la verità), erano già pronte le bozze, quando l’editore, poco fiducioso nel suo esito commerciale, de­cise di non farne più nul­la L’episodio, se è vero, dové contribuire per la sua parte alla tragica fine di Morselli, che però ne por­tava già in sé le premesse, come è possibile ormai ve­rificare attraverso la lettu­ra di Dissipatio H.G., così pervaso, come vedremo, di pessimismo e di una pro­fonda, organica vocazione alla solitudine. Fatto sta che nel 1973 Guido Morsel­li a circa sessant’anni si tolse la vita con un atto non si sa bene se di sdegnoso rifiuto, di disperazione o di lucida scelta. Nel 1974 la casa editrice Adelphi (che, tra parentesi, va cre­scendo sempre più e oggi possiede le collane lettera­rie forse più raffinate che si stampano in Italia) ha intrapreso la pubblicazione dei suoi inediti secondo un ordine che non sappiamo se rispondesse a quello di composizione oppure anche a criteri di progressiva apertura di discorso su una personalità in fondo varia e mal riassumibile.
Certo è che il primo ro­manzo di Morselli a stam­pa Roma senza papa (‘74), senza essere il suo miglio­re, era il più adatto a su­scitare un minimo di choc e ad accreditare l’idea d’esser di fronte a un caso letterario. Romanzo di fantateologia, venne chiamato, anche se poi di teologia non ce n’era molta e vigeva l’immagine, vagamente scan­dalistica e un po’ di ma­niera, d’una Roma dissipa­ta, decaduta, ridotta quasi a località turistica, e d’una Chiesa altrettanto decadu­ta nelle sue istituzioni e tradizioni, ma in pari tem­po alla ricerca d’una nuo­va purezza. Il giovane pa­pa irlandese ha abbando­nato Roma e s’è ritirato a Palestrina, dove ha luogo la scena più toccante, la più significativa, e anche quella veramente poetica, dell’intero romanzo; l’u­dienza del timido, mistico papa a una dozzina di sa­cerdoti di varia nazionali­tà ai quali non sembra tro­vare altro da dire se non qualcosa come: « Che cosa ho da comunicarvi? Che co­sa di nuovo da insegnarvi? Non siete voi dodici?». Una intuizione fortissima, che sembra ripetere l’«Andate e predicate» di Gesù agli apostoli, ma che la cri­tica non ha saputo mette­re in evidenza abbastanza, sviata dietro gli aspetti av­veniristici e di colore del­la vicenda.
Dopo Roma senza papa abbia­mo visto apparire Contro­passato prossimo, che ha suscitato meno echi, e Il comunista, un compatto romanzo di solidità quasi naturalistica, ma assai per­suasivo per tenuta e per efficacia, il cui successo sa­rebbe stato sicuramente maggiore se nella sua pur pacatissima polemica non avesse toccato l’altra isti­tuzione organica della so­cietà italiana, il Pci, con gli inevitabili silenzi che seguo­no in tali casi. Vi si nar­ra la storia d’un militante comunista della Val Pada­na un po’ vecchio stampo, a radici autenticamente po­polari, fedele, lineare, per­fino candido, che sale di grado fino a diventare de­putato, ma poi si trova co­me disinserito dalle nuove strutture e dalla nuova li­nea del partito, e ne resta emarginato. Un caso piut­tosto tipico, di forte verità.
Ma la sorpresa maggiore, prima di oggi, è stata rap­presentata, a nostro pare­re, da Divertimento 1889, un vero gioiello per mon­taggio narrativo, per ironia, per umorismo, un esempio, raro in Italia, di come le ragioni dell’arte e perfino dell’impegno possano spo­sarsi a quelle dell’intratteni­mento. È di scena questa volta nientemeno che Re Umberto I, nella sua pri­vacy, coinvolto, durante un viaggio in incognito in Sviz­zera, lui col suo fisico e suoi riflessi un po’ tardi e con l’ingombro della sua abitudine all’ufficialità, in una serie d’imprevedibili intrighi amorosi e di com­plicazioni poliziesco-diplomatiche.
Come si vede, è varia la trama degli interessi di Morselli pur nella coeren­za d’una prosa di perfetto dominio e di perfetta so­brietà, al punto che riesce difficile catalogarlo. Un maestro di mimetismo, è stato definito per indicare la sua capacità d’andare in piena libertà nelle direzio­ni più diverse, d’aderire ai temi più lontani. Ma anche così egli restava eccentrico rispetto al nostro panora­ma letterario, un «caso» appunto, già per il fatto d’andare libero da ogni ob­bedienza ideologica e lette­raria e per la scettica ma­lizia e il lucido disincanto con cui ha guardato alle nostre mode culturali: dal­l’alto, si direbbe, da una specie di ironica lonta­nanza.
Ad ogni modo prima di Dissipatio H.G. (che vale Dissipatio Humani Generis, fine del genere umano) era difficile risalire dalla sua pagina fino a lui, al suo en­troterra d’uomo. Il suo obiettivismo di scrittore, ag­giungendosi alla morte che ce lo aveva sottratto e ave­va impedito di carpirgli la menoma indiscrezione, era come se lo trattenesse in una zona di geloso isolamento. In Dissipatio H.G., che è invece tutta una me­tafora della sua condizione d’uomo e forse della sua vicenda intima negli ultimi mesi di vita, finalmente Morselli ha l’aria di confes­sarsi e ci consente d’en­trare nelle regioni più ri­poste della sua personalità, tragedia, dilatando però, proprio per via della me­tafora, la sua storia perso­nale a vicenda d’altissimo rilievo esistenziale.
Questo distingue Dissipatio H.G. da La nube purpurea di Shiel (pubblicata anch’essa dalla Adelphi una diecina d’anni fa) che pure ha dovuto esserne la fon­te. Per lo meno l’invenzio­ne è analoga. Nel romanzo di Shiel l’intera umanità è distrutta da un cataclisma, e resta vivo solo un uomo, che percorre disperatamen­te l’intero pianeta alla ri­cerca d’un altro essere, fin­ché non lo trova nella per­sona d’una donna con la quale rifonda il genere umano.
Ma in Shiel prevalgono gli elementi eroico-avventurosi e un vitalismo che so­no quanto di più lontano dalla tastiera del Morselli della Dissipatio, dove un uomo già votato al suici­dio si trova invece, per una sorta di paradosso, ad es­sere il solo superstite di una umanità che all’improv­viso si è dissolta: una si­tuazione che egli accetta al­l’inizio con stupore, perfi­no con ironia, ma che poi frana, attraverso una ric­chezza di registri narrativi davvero magistrale, in una progressiva voglia di anni­chilimento, in un cupio dis­solvi sempre più forte. L’autobiografismo, se tale è dietro il paradosso dell’in­venzione, opera lungo la li­nea di un lucidissimo, fer­missimo disinganno, che può essere perfino scambia­to per serenità, tanto è sor­vegliato, trattenuto, virile, addirittura idoleggiato, e tanto poco conosce i luo­ghi comuni e le facili este­riorità dell’angoscia. O al­trimenti, il miracolo effet­tivo di Dissipatio H.G., ar­tisticamente parlando, è di restare un romanzo side­rale, pur impregnandosi e grondando tutto di dispe­razione. Sicché viene d’i­stinto alla mente il «ciglio asciutto» del Leopardi de­gli ultimissimi tempi, il suo «in te, morte, riposa / no­stra ignuda natura / lieta no, ma sicura». Con questa differenza però: che in un’ultima impennata, nelle stu­pende pagine finali della Dissipatio, Morselli riesce a recuperare un estremo bisogno di solidarietà con la vita, e quasi un postumo motivo di speranza attra­verso l’attesa d’un altro che venga per un istante a riem­pire la solitudine del prota­gonista e quasi a consola­re il suo appressamento al­la morte.
Certo è che con Dissipa­no H.G. Morselli cessa d’essere un caso, perde in­somma l’alone un po’ so­spetto che aveva accompa­gnato la comparsa dei suoi primi romanzi, e diventa un autore guadagnato defi­nitivamente, anche se qua­si immeritatamente, alla no­stra letteratura. Più anco­ra, una di quelle rare pre­senze che esorbitano dalla comune tipologia del lette­rato di professione e con le quali, dopo averle incon­trate, si continua a con­frontarsi percependo con­fusamente quanto hanno ancora da comunicarci.
Mario Pomilio, 10 settembre 1977 (forse)
pomilio_su_morselli

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2 risposte a Solo che quello scrittore è morto.

  1. elleconzero ha detto:

    Io ammetto di non aver apprezzato Dissipatio H.G.: l’ho trovato, al contrario, molto irritante e autocompiaciuto; però è forse proprio questa la vera natura della depressione, che allontana chiunque e porta all’isolamento e allo sfinimento della persona che ne soffre e di chi la circonda.

    • Mauro Maraschi ha detto:

      Non mi stupisce che non ti sia piaciuto. Per me è enorme, ma trovo pienamente comprensibile che possa non piacere. In quanto alla depressione: ha tante facce quanti sono gli uomini.

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