Moses E. Herzog, “Lettera a Harris Pulver” (Bellow, “Herzog”, 1964)

Senti, Pulver, un’idea meravigliosa per un saggio necessarissimo sullo “stato ispirato.”
Credi nella trascendenza verso il basso oltre che in quella verso l’alto? (La terminologia viene da Jean Wahl.) Dobbiamo ammettere l’impossibilità della trascendenza? Il che comporterebbe tutta un’analisi storica. lo obietterei che noi ci siamo costruiti un nuovo tipo di storia utopistica, idilliaca, col paragonare il presente a un passato immaginario, perché odiamo il mondo così com’è. Questo odio del presente non è stato finora ben capito. Forse la prima esigenza di una coscienza che emerge da questa civiltà di massa è un’esigenza espressiva. Lo spirito, liberato dal torpore servile, sputa sterco e urla d’angoscia immagazzinata durante lunghissimi periodi, intere epoche. Forse i pesci, le salamandre, gli orrendi mammiferi ancestrali sgambettanti trovano voce per aggiungere la testimonianza della loro lunga esperienza a questo grido. Partendo dall’ipotesi, Pulver, che l’evoluzione è natura che diventa autocosciente — nell’uomo, l’autocoscienza è stata accompagnata durante questa fase da un senso di perdita di poteri naturali più generali, dal prezzo pagato dall’istinto, da sacrifici di libertà, d’impulso (lavoro che aliena, eccetera). Il dramma di questa fase dello sviluppo umano sembra essere il dramma della malattia, dell’autovendetta. Un’età di commedia singolare. Ciò che vediamo non è semplicemente il livellamento predetto da Tocqueville, ma la fase plebea dell’autocoscienza evolutiva. Forse la vendetta compiuta dai numeri, dalle specie, sui nostri impulsi narcisistici (ma anche sull’esigenza di libertà) è inevitabile. In questo nuovo regno delle moltitudini, l’autocoscienza tende a rivelarci a noi stessi come mostri. Si tratta indubbiamente di un fenomeno politico, di un atto contro l’impulso personale o contro l’esigenza individuale di spazio e portata adeguati. L’individuo è costretto, ovvero su di lui vengono esercitate pressioni affinché definisca il “potere” così come è definito in politica, e ne tragga da solo le conseguenze personali. Quindi egli viene provocato a far vendetta su se stesso, una vendetta di derisione, di disprezzo, di negazione della trascendenza. Quest’ultima, la sua negazione, è basata su precedenti concezioni della vita umana o su immagini dell’uomo impossibili da sostenere nel momento attuale. Ma il problema, cosi come lo vedo io, non è di definizione, ma di totale ripensamento delle qualità umane. O forse addirittura della scoperta delle qualità. Sono sicuro che ci siano ancora qualità umane da scoprire. Tale scoperta o ritrovamento non è ostacolato che da definizioni che deprimono il rango del genere umano, lo tengono al livello dell’orgoglio (o masochismo), prima pretendendo troppo e poi soffrendo del conseguente odio di se stessi.
Ma tu ti chiederai dov’è andato a finire lo “stato ispirato.” Bene: si crede che lo stato ispirato possa essere ottenuto soltanto negativamente ed è in tal modo perseguito in filosofia e in letteratura come pure nell’esperienza sessuale, o con l’aiuto di narcotici, o di delitti “filosofici,” “gratuiti,” e simili espedienti orrorosi. (A questi “criminali” non gli viene in mente che comportarsi bene verso un altro essere umano può pure essere “gratuito.”) Osservatori intelligenti hanno rilevato che l’onore “spirituale” o il rispetto un tempo riservati alla giustizia, al coraggio, alla temperanza, alla misericordia, possono adesso venir conquistati negativamente grottesco. Penso spesso che questo cambiamento è probabilmente connesso al fatto che tanta parte del “valore” è stata assorbita dalla tecnologia. Elettrificare una zona arretrata è “bene.’ Civiltà e persino moralità sono implicite nella trasformazione tecnologica. Non è bene dare pane agli affamati, vestire gli ignudi? Non obbediamo forse a Gesù inviando macchinar: in Perù e a Sumatra? Il bene è compiuto con facilità da macchine per la produzione e trasformazione. Può competere con esse la virtù? Le nuove tecniche sono in se stesse bien pensant e rappresentano non soltanto la razionalità, ma la benignità. Per cui le folle, le greggi di bien pensants, sono state spinte al nihilismo, che, come è ormai ben noto, ha radici cristiane e morali e, pur con tutte le sue frenesie più pazzoidi, ugualmente un fondamento razionale “costruttivo.” (Vedi Polyani, Herzog, ed altri.)
Gli individui romantici (oramai massa) accusano la presente civiltà di massa di ostacolare il raggiungimento della bellezza, della nobiltà, dell’integrità, dell’intensità. Lungi da me il proposito di sbeffeggiare il termine “romantico.” Il Romanticismo ha vegliato sullo “stato ispirato,” ha preservato gli insegnamenti poetici, filosofici e religiosi, gli insegnamenti e le testimonianze della trascendenza e le più generose idee del genere umano, durante la più grande e rapida delle trasformazioni, durante la fase più accelerata della trasformazione scientifica e tecnica moderna.
Infine, Pulver, vivere in stato ispirato, conoscere la verità, essere liberi, amarsi, “consumare” l’esistenza, essere in grado di guardare alla morte con lucida consapevolezza — senza di cui, correndo all’impazzata e facendo il connivente per evitare la morte, lo spirito trattiene il fiato e s’illude di essere immortale perché non vive — non è più un progetto squisito. Nello stesso modo in cui le macchine hanno incorporato le idee del bene, cosi anche la tecnologia della distruzione ha acquisito un carattere metafisico. Le questioni pratiche sono cosi diventate anche le questioni ultime. L’annichilimento non è più una metafora. Il Bene e il Male sono reali. Lo stato ispirato, di conseguenza, non è più una cosa da visionari. Non è riservata agli dèi, ai re, ai poeti, ai preti, ai sancta sanctorum, ma appartiene all’umanità e all’esistenza tutta. E quindi…

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