La fine dell’umanesimo

La grande delusione del XX secolo fu provocata dal fatto che la scuola dell’obbligo e l’istruzione e la cultura e il progresso tecnologico non ave­vano reso l’uomo migliore e più umano come si era creduto nel XIX secolo e che molti assassi­ni e torturatori e criminali di guerra erano cul­tori d’arte di opera di poesia ecc. e avevano stu­diato le scienze umane e la medicina. E i filosofi si trovavano sempre più d’accordo sul­l’idea che il XX secolo aveva segnato la fine del­l’umanesimo e che iniziava una nuova epoca che chiamavano post-umanista in mancanza di un altro nome. Gli storici e i filosofi dicevano che l’umanesimo era una cultura della scrittu­ra che permetteva di amministrare la società come una comunità letteraria e che questo non era più possibile dopo l’irruzione della radio nel 1918 e della televisione nel 1945 e la rivoluzione tecnologica degli anni Ottanta e Novanta. E che la biotecnologia aveva dato all’umanesimo il colpo di grazia. E alcuni dice­vano che era meglio così e che l’umanesimo era stato una grande balla nella storia del pensiero umano e che nei secoli non era stato in grado di ottimizzare l’uomo mentre la biotecnologia offriva una nuova occasione di ottimizzare l’uomo e che d’ora in poi si sarebbe potuta effettuare agevolmente la selezione prenatale e che l’obiettivo più pressante era di scoprire il segreto per condurre l’uomo all’eccellenza. Ma altri dicevano che non era esatto e che l’umane­simo aveva elevato l’uomo nel senso che lo aveva reso responsabile delle sue azioni e questo era un grande progresso. Ma sempre più gente pensava che la nozione di responsabilità era superata e che in realtà era stata soppiantata da quelle di produttività e finalità. E che l’uomo nuovo non sarebbe stato responsabile ma pro­duttivo. E che la produttività era nell’ordine naturale delle cose mentre l’umanesimo era un succedaneo e un alibi per l’improduttività.

 

Patrik Ourednik, “Europeana” [:duepunti, 2005]

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