Emanuele Trevi, “Qualcosa di scritto”, (Ponte alle grazie, 2012)

Artista tutt’altro che modesto, autore di racconti indimenticabili come Cattedra­le, Carver rappresenta alla perfezione lo straordinario cam­biamento che si è verificato. Nei suoi libri, noi assistiamo allo sconcertante spettacolo di una letteratura che non pensa più nulla. L’unico compito che lo scrittore si assegna è quel­lo di essere uno storyteller. L’unico mondo di cui parla, è quello che conosce empiricamente – la porzione di gabbia che gli è toccata in sorte. L’unica sua speranza, è che quelle storie piacciano a un buon numero di lettori. Non è un caso, naturalmente, il fatto che Carver, più di ogni altra influenza letterararia e umana, subì quella del suo editor, il famigerato Gordon Lish. Lish, un bell’uomo dai lineamenti affilati da uccello da preda, è il capostipite di una nuova specie di tec­nocrati della scrittura sparsi nei quattro angoli del mondo, ossessionati dall’efficacia, dal funzionare come supremo do­vere del prodotto letterario. Il confronto (reso possibile dal­le più recenti edizioni) tra ciò che Carver scriveva di testa sua e ciò che ne faceva Lish è una delle più terrificanti ed istruttive testimonianze offerte dalla storia letteraria. Sareb­be superficiale sostenere che l’editor renda «vendibile» il materiale su cui lavora. Può anche accadere, ma non tutto ciò su cui l’editor mette le mani diventa oro. La sua vocazio­ne segreta è incomparabilmente più metafisica, più luciferi­na di ogni ingenua brama commerciale. Ciò che l’editor in­tende fare, è trasformare tutta intera la letteratura in narrativa. Mi si perdoni questo insistito ricorso al presente storico. Ma mi sembra lo stile più adeguato a rendere conto di un fenomeno ineluttabile quanto repentino, simile a un colpo di stato spirituale. E dunque: inizia un’epoca in cui l’eccellenza letteraria coincide sempre più con l’abilità ad intrattenere. Lo scrittore: colui che, sorvegliato dal suo edi­tor, che è la presenza umana più importante della sua vita, inventa delle trame. Ciò significa che l’emozione fondamen­tale che si cerca di suscitare nel lettore è quella del riconosci­mento. Come è vero, come mi assomiglia tutto questo! E proprio così! Ma perché questo delicato e incerto prodigio psicologico abbia realmente luogo, lo scrittore deve pagare il suo dazio. Deve, a costo del sacrificio di notevoli aspetti della sua vita e del suo carattere, assomigliare il più possibile ai suoi lettori. Essere fatto, come si suol dire, della stessa pasta. Reciproco sostegno, e reciproca corruzione (solo il simile corrompe il simile). L’editor: colui che senza sosta la­vora allo scopo di rendere omogenei lo scrittore e il suo let­tore.

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