Sgambati, “Gli eroi imperfetti” (minimum fax, 2014) * L’indice, maggio 2014

gli eroi imperfettiGli eroi imperfetti si apre come un kammerspiel a tre: da una parte Corrado e Carmen, insipidi coniugi, lui vinaio dal basso profilo, lei mancata pittrice e protesi del marito; dall’altra l’anziano ed elegante Gaspare, il primo “single”, in otto anni, a essere stato invitato alle loro cene mensili, ultimo baluardo mondano di un rapporto svuotato. Al termine di questa cena, dopo un paio di bottiglie di Shiraz, arriva puntuale il gioco della verità: ma se il racconto di Carmen sul cagnolino ucciso da piccola getta un’aura di inquietudine sulla serata, il segreto condiviso da Gaspare, riguardante la moglie trovata morta nel Tevere, dieci anni prima, è tanto sconvolgente da distruggere il già precario equilibrio della coppia. Non si tratta, però, di un caso. “[…] Gaspare quello che faceva lo sapeva. L’ha sempre saputo, dal primo momento, dal primo passo che ha compiuto in casa nostra. Lo sapeva che ci avrebbe piegato, anzi, che ci avrebbe deviato”. I tempi di questo primo atto sono rarefatti, teatrali, e il motore narrativo è un MacGuffin, un non detto che fungerà da propellente fino all’ultima pagina. Nel frattempo entrano in scena Irene e Matteo. Irene è la seducente figlia di Gaspare e Matteo è lo sventurato libraio che se ne innamora, illudendosi di poterne arginare l’attitudine libertina: Matteo è ispirato da affinità elettive quasi mistiche (dieci anni prima ha assistito al recupero del cadavere della madre di Irene – una coincidenza che, secondo lui, deve significare qualcosa); ma Irene, che ha già tentato il suicidio, e che dal riconoscimento legale del corpo materno fu traumatizzata, vede nell’alcol e nella promiscuità l’unico motivo per andare avanti (“L’alcol dovrebbe essere imposto per legge a tutti i cittadini maggiorenni: vivere sobri è un’impresa che Irene non si sente di affrontare”). Irene e Matteo hanno una sola cosa in comune: sono il prodotto, diretto o indiretto, di chi li ha procreati: “La forma dei genitori preme sotto la pelle dei figli e li degenera. L’immagine e la somiglianza fanno intenerire nella culla, poi diventano condanna […], quando la distanza con chi ci ha generato diminuisce, fino a coincidere nei dettagli più infimi”. Se Irene è suo malgrado una manipolatrice (vorrebbe solo essere lasciata in pace, ma è circondata dagli “entusiasti dell’esistenza”), l’affabile Matteo cova una collera ereditata dal padre, pronta a esplodere da un momento all’altro. A dire il vero, ne Gli eroi imperfetti, tutto potrebbe esplodere da un momento all’altro, compreso il Tevere, che da giorni minaccia un’esondazione – il fiume, quest’elemento narrativo archetipico (vedi Celati e Morelli) – e che si gonfia a ogni pagina, seguendo da vicino, parallelamente, simbolicamente, il crescendo innescato dalla collisione dei cinque protagonisti (orchestrata da Gaspare), un crescendo potenzialmente proiettato alla catastrofe.

Il primo romanzo di Stefano Sgambati è riuscito sotto tutti gli aspetti. I personaggi principali, Gaspare e Irene, sono costruiti con modalità opposte: lui è un’ombra, invasore di sfere private altrui eppure latente; lei è una radiografia, svelata attraverso i tic ereditati dalla madre, le nevrosi e i pensieri più intimi (grazie alla trascrizione in prima persona delle sedute di analisi): di Gaspare non sappiamo nulla, di Irene vediamo ogni striatura (“Il sesso è come un disordine: solo che è un disordine che unisce. L’amore invece è un ordine che divide. Non so se riesco a spiegarmi: se due persone intere si innamorano, un momento dopo sono divise a metà.”). Da notare, riguardo alla loro interconnessione: la prima parola pensata da Matteo nella bottega del corniciaio Gaspare è “maniacale”, come “maniacale” era la descrizione della lavorazione dei guanti da parte dello Svedese di Pastorale Americana, uomo compunto e attento alle apparenze che però, per contrappasso, aveva generato la terrorista Merry, così come Gaspare, uomo compunto e attento alle apparenze, ha generato Irene, anche lei una terrorista, seppur meramente emotiva. Abile l’alternanza di voci e registri, e rilevabile la crescita di Sgambati rispetto all’esuberanza dei racconti: per molti, la maturità arriva quando si mette da parte l’ego, e qui Sgambati, in tal senso, compie un bel salto. La scrittura rimane istintiva, pulsante, fluviale, ma quasi mai indulge sull’autocompiacimento. Il risultato è un’opera dal flusso continuo, spezzato solo dai duelli dialettici (da segnalare il confronto tra Matteo e Corrado), simili alle chiatte arenate nel Tevere, pronte a colare a picco alla prima piena.

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