Orletti, Un uomo in movimento (Discanti, 2012) * Mangialibri 24giu13

index1997. Armando si è trasferito a Bologna per studiare giurisprudenza. Qui divide l’appartamento con Dario, con il quale non ha alcuna intesa, e trascorre il suo tempo lasciandosi obnubilare da Gigi Montini, che su Telemarket decanta le qualità pittoriche del Santomaso. Poi, un giorno, si imbatte in Matteo. I due si somigliano come gocce d’acqua, ma mentre Armando cova un’imprecisata attitudine anarcoide, Matteo è un evangelizzatore che promuove la morale cattolica con l’insistenza di un piazzista. Armando, che di Comunione e Liberazione non sa nulla, riceve opinioni impietose sul movimento, considerato alla pari di una loggia massonica, con riti di iniziazione e ingerenze politiche. Dario gli spiega che i ciellini “Si prendono troppo sul serio. Anche la religione, non puoi mica fare sul serio quando hai a che fare con la religione. La serietà è una roba che va bene per i comici”. Ma Armando, pur trovando “imbarazzanti” i comportamenti della nuova cricca (tipo recitare il Padrenostro in pizzeria) non ha intenzione di snobbarli a priori. Sia perché Matteo lo tampina senza sosta, esercitando su di lui un certo ascendente, sia perché ad Armando piace la Nico. Ed eccolo lavorare allo Student Office, abbandonare Marx e Bakunin a favore de Il senso religioso di Don Giussani e partecipare al XXIII Congresso Eucaristico Nazionale, pur dubbioso dell’esistenza di Dio: per il momento, gli basta “credere in qualcuno che creda”. Ma quando è chiaro che questo surrogato di fede non basta, Armando scopre che uscire dal giro non è così facile.

Un uomo in movimento è un romanzo filosofico-teologico alla portata di tutti, che prima di analizzare un fenomeno specifico, indaga innanzitutto gli strumenti di diffusione di un credo. Seguendo la dinamica lineare delle storie di manie persecutorie (ma senza l’aspetto patogeno della paranoia), Un uomo in movimento affronta Cielle, l’origine e le derive, ma anche altri snodi cruciali attinenti all’eresia e alla Chiesa in generale, con pari documentazione e leggerezza; procede prevalentemente attraverso confronti verbali impari e sofistici, in un paesaggio dialettico nel quale gli eventi fungono da pretesto; e diverte, grazie all’ottimo ritmo, ad allegorie che rapportano la Trinità all’ovetto Kinder e all’abilità dell’autore nel riprendere i fili sospesi, nonostante siano tanti e alcuni si perdano tra le infinite vie dell’ars oratoria. Un’intelligente e anti-manichea riflessione sulla volontà, sul plagio e sul valore dello schierarsi.

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