Romagnoli, Il diciottesimo compleanno (Transeuropa, 2012) * Mangialibri 26mar13

Romagnoli_compleanno È la sera del suo diciottesimo compleanno e Matteo sta per affrontare la sgradita grande bouffe organizzatagli dai genitori, alla quale parteciperanno anche Leo e Luisa, suoi unici amici. Nell’attesa, ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza, dal concepimento fino alla conoscenza con Leo, dal quale ha ereditato l’amore carnale per la letteratura e quello letterario per gli amplessi. La sua adolescenza è stata un susseguirsi di esplorazioni interlinguistiche con partner di ogni ceppo e genere, un enciclopedismo amatorio mai gratuito, un tirocinio alla vita dopo i diciotto. Ma dall’opulento banchetto di ogni cosa (cibo, parole, identità) non sarà facile fuggire indenni.
Il diciottesimo compleanno è una trappola. Se l’incipit è crudo, la parentesi che lo segue (uno collage di abominevoli dinamiche procreative animali) dirotta su una visione disperatamente biologica dell’essere umani, nella quale ciò che da altri è considerato un miracolo si riduce al raccapriccio per la mollezza e deteriorabilità di appendici, tessuti e liquami. Matteo, d’altronde, ha conosciuto la morte prima ancora di nascere, tramite il decesso del gemello: per lui procreazione e consanguineità sono correi del Grand Guignol esistenziale. Dopo una preadolescenza alienata, tra gare di defecazione e strane interazioni con i cercopitechi, Matteo scopre l’amicizia con Leo, che gli farà leggere Omero, Freud, Goethe, D’Annunzio, Rimbaud, Tolstoj, Wittgenstein e tanto altro. Della letteratura, però, assimila prevalentemente l’abiezione, tanto da masturbarsi (per la prima volta) su un passaggio cruento dell’Iliade: “Un’ultima lancia, conficcata nelle giunture ferree di un eroe, schiantò lo spasmo accumulato e, poiché trattenuto, esplosivo. […] Una traccia di sperma in corpo 10 rimase impressa sul libro”. A diciassette anni, con il subentrare di Luisa, il rapporto con Leo si trasforma in un ménage à trois, poi in una liturgia combinatoria e infine nell’approfondimento reciproco tramite scarnificazione: sangue e sperma dominano la simbiosi del trio e le pagine centrali del romanzo.
Il diciottesimo compleanno è una trappola. Perché inquieta, ma non permette di essere chiuso. Il lessico ricercato, la consona artificiosità dei dialoghi, ma soprattutto il registro ostinatamente lirico, tutto questo respinge e attrae. Manca, forse, un apparato filosofico che funga da collante (si veda la dimostrazione della non esistenza di Dio). Si ha, a tratti, la sensazione di camminare su un’impalcatura intricata posta a coprire un fossato, come in a certe trappole venatorie.
Romagnoli esordisce con un testo snello e furente, apodittico senza essere logico, certamente coraggioso, nel quale lo stile è l’elemento più ammaliante. Qui e lì sembra di scorgere giochi meta-letterari, passaggi che l’autore ha preso in prestito da una cosmogonia più articolata e vasta il tempo materiale di reimmergersi nel proprio gorgo personale: “I crani traslucidi riflettono le immagini proiettate come cristalli di un caleidoscopio. Chi ha ancora i capelli non trasmette, è cieco”. Il diciottesimo compleanno rappresenta bene, amplificandola, quella compenetrazione di complessità e vaghezza che rende la vita detestabile: il suo lettore ideale è, pertanto, un po’ autolesionista.

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