Parente, L’inumano (Mondadori, 2012) * Mangialibri 22nov12

9788852023941Massimiliano Parente è uno scrittore, noto più per l’attitudine polemica che per i romanzi. Integrato nella routine marchettara dell’industria culturale, è candidato al Premio Strenna con L’inumano pur non avendone scritto una riga e per imbonirsi la giuria si prostituisce a una serie di influenti e decrepiti tromboni. Ha parecchi nemici (tra i quali, forse, anche i genitori mafiosi del ragazzo down al quale ha venduto un cappello per tremila euro, millantandone l’appartenenza a Michael Jackson), riceve telefonate minatorie da una donna che lo chiama “maiale” (e al quale risponde “Ti amo”) ed è pedinato da un’auto nera. Nulla riesce però a distoglierlo dall’ossessione per Valentina Mannella, procace artista concettuale (una che mutila e squarta conigli) e compagna del dj focomelico Mickey Mouse. Trincerato in una solitudine siderale, causa ed effetto di una misantropia sublime, Parente affronterà – senza chiedere aiuto – le estreme conseguenze di un gioco aborrito quanto irresistibile.
Soliloquio di un incorruttibile iconoclasta e parossismo dell’auto-fiction (deviante nell’autoerotismo), L’inumano è un libro difficile da consigliare: immorale, sadico e splatter, l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con La macinatrice e Contronatura mortifica il genere umano, enucleandone la mostruosità del percorso evolutivo (all’interno del quale l’umanesimo si riduce a un errore recente) e declassandolo a metastasi terminale di quell’organismo involontario e incomputabilmente più anziano che è la vita.
Parente sfoggia una prosa riconoscibile, sardonica e rodata, ma non letteraria, che a tratti si perde in discutibili assonanze ludiche (“per me il fine giustifica il mezzo e senza mezzi termini né doppi fini fine a se stessi”). Si ride, più che alle battute, quando il grumo di nevrosi del protagonista si scontra l’imbecillità altrui, mentre le argomentazioni lasciano spesso il posto al broncio e all’urlato. Ma tutto questo è secondario. La forza di Parente (autore e personaggio) sta nella consapevolezza della Vergine di Norimberga che si è fabbricato intorno drenando l’esistenza di qualsiasi spiritualismo. La motrice de L’inumano è appunto il desiderio di scuoiare la realtà anche agli altri, il bisogno di una vera demistificazione, lontana dalla ruffianeria dei falsi provocatori. E la modalità prescelta è l’accanimento, perpetrato attraverso l’efferatezza della parola e l’incontrovertibilità del dato scientifico. Per espiare questa velleità Parente (personaggio) trascorre metà del romanzo immobilizzato, vittima e spettatore di torture e pornografia, con in bocca una mordacchia organica, un nodulo forato di lacerti e bulloni attraverso il quale può raccontare la propria condizione. Per scampare da facili rimandi messianici, si può leggere l’immobilità come condizione suprema per la stesura di un capolavoro e L’inumano, per molti versi, lo è: non letterario ma genetico, una neotenia autoindotta e sgravata dall’autoreferenzialità di un certo mondo culturale. L’inumano sta alla letteratura come l’orinatoio di Duchamp all’arte plastica, opponendo però al genio “facile” del ready-made quello della perseveranza, o del sunnominato accanimento.
Perché L’inumano è difficile da consigliare? Perché inculca un messaggio ovvio quanto sgradito, “l’evidenza della cosa terribile”, e cioè che la vita è sinonimo di morte: “Tutto ciò che è vivo fa schifo”. La mancata accettazione della mortalità (“Per esistere veramente le cose dovrebbero essere eterne, immortali”), pur tacciabile di infantilismo, diventa in Parente un diritto calpestato e rivendicato con una furia statica e implacabile, che esplode nell’aneddoto dell’istigazione al suicidio di un potenziale pedofilo. Al ritmo di un onanismo compulsivo (“Sono talmente abituato ormai a masturbarmi al telefono, alcune notti le passo a chiamare il centro assistenza clienti Tim tenendo queste ragazze sul filo per ore inventandomi problemi inesistenti”), L’inumano fa strage di santini intellettuali: “[…] in Petrolio […] Pasolini […] fa un pompino dietro l’altro a giovani operai. Ma per scrivere quel capitolo, ha avuto bisogno di edificarci attorno un’immane costruzione politico-complottistica, per sentirsi giustificato nelle proprie erezioni a priori e riempirle a posteriori di marxismo e sperma annacquato dall’ideologia”.
Parente è uno tsunami, al cui passaggio nulla sopravvive, in un certo senso nemmeno l’omonimo alter-ego, che confessa: “Ho capito di voler scrivere un romanzo in cui alla fine il lettore sia talmente nauseato da me quanto lo sono io tanto da lui quanto da me e da ogni altra forma di vita”. L’obiettivo è raggiunto, ma rimane da chiedersi: quale lettore è disposto a rinnegare l’illusione umanistica? Chi vuole sperimentare l’annichilente distacco propriocettivo di Parente e la sua arsura emotiva (“La perfezione dell’arte è non sentire più niente nella vita”)? Se Parente, “un biologo e non un letterato”, sceglie la forma romanzo non è “per emozionare” (“Le emozioni appartengono solo all’arte dei dilettanti”), ma per tormentare un pubblico più vasto. Comprensibile che preferisca i detrattori ai fan (“Chi ti odia ti odia sempre con qualche fondatezza, chi ti ama spesso lo fa per ragioni tutte sue, proiettandovi se stesso”). Ma attenzione al gap con la realtà: nelle interviste l’autore profetizza che la sua produzione scrittoria – a differenza della maggior parte di quella italiana – rimarrà, svelandone l’anelito di autoaffermazione, la ricerca di quell’immortalità letteraria che è il genoma di ogni grande autore. Con la sua audace concettualizzazione di un oltre-oltreuomo, che alla volontà di potenza sostituisce la voluttà di impotenza, L’inumano è un libro per tutti e per nessuno, sconsigliato a vitalisti e stomaci deboli, ma soprattutto a chi crede che la propria vita abbia una qualche importanza.

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