Calvisi, Un mucchio di giorni così (Quarup, 2012) * Mangialibri, 7ott12

Genova, 2007. Paolo ha quarant’anni e dirige un negozio di musica della catena Mega Store. Dopo dieci anni di silenzio, il padre ricomincia a telefonargli, “come se fosse passata soltanto una settimana”, per poi sparire nuovamente qualche mese dopo. Quando Paolo scopre che è morto gli tornano a galla i ricordi di un’infanzia dimenticata. Approfittando del licenziamento, decide così di andare in Sardegna, nel paese natio del padre, per le pratiche dell’eredità: sull’isola, però, troverà molto altro.

1995. Paolo va per i trenta, vende polizze assicurative ed è stato lasciato da Caterina, per compiacere la quale ha perso nove chili in due mesi cibandosi solo di semi zucca e Pocket Coffee. Vittima di cali glicemici, svarioni e collassi, si ritroverà a perdere la memoria proprio davanti a un delitto. 2001. Paolo è appena stato assunto al Mega Store, il che inficia la sua passione per i gruppi di nicchia: “a furia di ascoltare la musica orrenda in negozio quando arrivo a casa ho bisogno soltanto di silenzio”. Coinvolto dall’amico Andrea nella circuizione della cantante Valeria Rossi (è l’anno del tormentone “Sole, cuore, amore”), Paolo assiste ai preparativi del G8, immaginando solo vagamente l’apocalissi che incombe sull’area blindata. 2012. Paolo è un operatore sociale, sta con Maddalena e si è messo nei guai con un’amante, il cui marito, un vigile del fuoco, “decorato per atti d’eroismo”, “il perfetto prototipo dell’uomo d’acciaio”, lo minaccia di morte. 2009. In carcere, dove ha trascorso tre mesi prima che l’accusa venisse ritirata, Paolo si procura un infortunio che lo porterà a scoprire altro sulla propria salute, ad interrogarsi sulla vita e a ritrovare il senso e la speranza.
Sembrano le sinossi di cinque racconti autonomi, e invece è Un mucchio di giorni così, un romanzo frammentato non per capriccio ma per necessità, una storia – specifica quanto universale – che andava raccontata in quest’ordine e in nessun altro, mettendo in discussione le stesse dinamiche di causa ed effetto. Succede infatti, in Un mucchio di giorni così, che eventi passati sembrino la causa di fatti recenti, che nell’inutile tentativo di ricostruire il senso della vita presente e ricordi si intreccino, instillando il dubbio che si stia vivendo in un sogno – o peggio in una barzelletta. Questo è ciò che succede ai cinque Paolo, ognuno con un lavoro, un costituzione e una situazione sentimentale diversi, accomunati però dall’ostinazione a vivere (“io non mi abbatto mica, assecondo gli eventi e assecondandoli elimino le aspettative”) e dall’indistruttibile amicizia con Andrea. Una sorta di teoria degli universi paralleli che conduce a un’unica inevitabile conclusione. E non importano affetti perduti e malattie, licenziamenti e soprusi, colpe e baci: nulla esiste, se non il presente, quando il passato è una bugia e il futuro una partita giocata ai rigori.
Angelo Calvisi, genovese, classe ’67, ci invita a comporre un puzzle la cui immagine finale è un quadro metafisico. La struttura del romanzo, composta da cinque capitoli autoconclusivi ma funzionali l’uno all’altro, è inappuntabile. Meno accattivante lo stile, idoneo sì a un piglio nichilista, però a tratti troppo asciutto e descrittivo. Ricca di non detti, la narrazione di Calvisi nasconde le emozioni dietro le azioni, onde evitare qualsiasi cliché. Come nella scena del cinghiale (p. 41): irrilevante all’economia generale, eppure carica d’ansia, tanto da portare Paolo allo svenimento. Al contrario, scene di panico come gli scontri del G8 (p. 81) sono una sequenza di fotogrammi sfogliata senza empatia. In generale, Un mucchio di giorni così, nella sua stringatezza, è riuscito sotto ogni punto di vista e Calvisi, alla sua quinta fatica (le precedenti sono tutte per Round Robin), un autore da scoprire.

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