Montanaro, Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2012) * Mangialibri 2lug12

Gheel, 1881. Ci troviamo nel cosiddetto “paese dei matti”, una cittadina nella quale chi soffre di disturbi mentali, e non solo, può girovagare liberamente, andare a messa, lavorare nei campi e prendere parte agli eventi collettivi. Qui vive Teresa Senzasogni, che ha ereditato il soprannome dalla madre, matta anche lei, ingravidata dall’uomo che se ne prendeva cura e morta di parto. Affidata ai De Goos, una coppia di fattori, Teresa vive un’infanzia serena, soprattutto grazie all’amicizia con Icarus, che le fa conoscere Shakespeare, Hugo, Zola e la lettura in generale. È dal giorno in cui raggiunge Icarus dentro la miniera, per avvertirlo dell’imminente morte di De Goos, salvando così lui e tanti altri da un’esplosione, che Teresa viene considerata una veggente. Quattro anni dopo giunge in paese il ventisettenne Vincent Van Gogh, forse mandato lì dal padre per tentare quell’inusuale psicoterapia all’aperto. Teresa ne rimane subito colpita: “i vostri occhi azzurri, i vostri capelli arancio-rossi, la carnagione pallida, le guance livide”, così come ogni esperienza è per lei una rappresentazione sinestetica, anche l’impatto con il futuro pittore (che ai tempi non aveva ancora toccato pennello) si trasforma in dipinto mentale. Vincent si rivela burbero, ma questo non stempera l’infatuazione della ragazza. I due finiscono per avvicinarsi, lei gli spiega l’importanza dei colori e lui comincia a sperimentarli, ma poi sparisce nel nulla. Diversi anni dopo Teresa, spinta da quest’assenza, inizia a scrivere quella lunga lettera che è Tutti i colori del mondo. Sotto forma di accorata confessione, l’io narrante di questo breve romanzo rivive le fasi di un incontro fondamentale al fine di comprendere il proprio presente (che sarà chiaro solo dopo il destabilizzante colpo di scena finale).
Montanaro propone un’esperienza intima e commovente, ricca di spunti di riflessione e invenzioni narrative. Troppo ricca. Le carrellate sui pazzi (che per un attimo ricordano il sanatorio di una certa “montagna incantata”) rimangono bozzetti. La premonizione cardine di Teresa (“Secondo me, nella vita farete il pittore”) si staglia come un fuoco fatuo nell’ombra. La stessa relazione tra Teresa e Van Gogh avrebbe meritato più spazio. Ne risulta una bella fiaba dal linguaggio ispirato, che alla morbidezza delle prime 120 pagine contrappone d’attrito un’impietosa descrizione medica: un’intuizione illuminata (l’ipotetico passaggio di Van Gogh da Gheel) svolta nel minor spazio possibile, con maestria ma un’inspiegabile fretta. Montanaro è bravo nel tracciare le psicologie, domina il ritmo diegetico ed è un vulcano di idee: perché allora comprimere così tanti elementi in poche pagine? Perché non focalizzarsi sul cuore della storia o, al contrario, sviluppare tutte le tracce?
Tutti i colori del mondo è comunque un libro riuscito. Tra rimandi onomastici (una su tutte Teresa, che si rifà al mitologico aruspice Tiresia) e lo studio accurato delle diagnosi dei tempi e della corrispondenza di Van Gogh con il fratello Theo, Montanaro si conferma metodico e colto, a metà (e la strada è lunghissima) tra Borges e Coelho. Terza fatica dell’autore, dopo due romanzi con Marsilio nei quali aveva già sfoggiato l’abilità nella ricostruzione storica, Tutti i colori del mondo è tra i cinque finalisti della 50° edizione del Campiello.

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