Castoro, Maria De Filippi ti odio, (Caratteri Mobili, 2012) * Mangialibri 10lu12

Negli ultimi dieci anni Maria De Filippi ha inventato un nuovo modo di fare televisione, basato sulla trasvalutazione dei concetti di Dolore, Fama, Talento, Amore e Amicizia, una risignificazione pericolosa e apparentemente irreversibile. Se Amici e Uomini e Donne sono i format che meglio rappresentano il decerebramento mediatico, nemmeno Italia’s got Talent e C’è posta per te si può dire che stimolino intellettivamente l’utenza italiana. Il presupposto dello “splash” di Maria De Filippi (terzo gradino dopo il trash e il crash) è la coincidenza di privato e pubblico, che genera un watzlawickiano “paradosso della spontaneità”: laddove mi si chiede di “essere spontaneo” mi viene anche impedito di esserlo, perché è un controsenso e un paradosso “recitare se stessi” in un programma di televendita delle identità. Ed ecco la vera natura dei personaggi farlocchi di Uomini e Donne, italiani medi che di medio hanno solo il Q.I. (se va bene), tronisti pompati, epilati e giudicanti (non per nulla da uno scranno), avvinghiati alle proprie postazioni con l’unico scopo di animare qualche serata in discoteca. Non meno fasulli sono i “mocciosetti bramosi di notorietà” di Amici, istigati a scannarsi a vicenda e complici involontari del taroccamento del concetto di Talento, ridotto ad agonismo mercificato (Amici) o al fenomeno da baraccone (Italia’s got Talent). Tutto nella televisione di Maria De Filippi è “finzione”, somministrata però senza fornire un bugiardino. Il problema è che questa “finzione” vende, piace e viene persino emulata: la “cattiva maestra” De Filippi, affiancata dai vari reality show, ha plagiato altri rami del palinsesto, come quel Forum che nasceva sobrio e adesso somiglia a un mercato ittico.
Maria De Filippi ti odio è una prova che in Italia il saggio pop gode di discreta salute. Premettendo che non si tratta di un’accusa personale nei confronti della conduttrice (il titolo, in fondo, è una facezia), l’autore si propone di “scardinare, con il grimaldello della filosofia, la grammatica di certi programmi di grande audience, visti come epicentro di un immaginario televisivo ormai anacronistico, devastante”. Non ci riesce appieno, ma il suo saggio è comunque un robusto bacino di spunti, riflessioni e analisi socio-semiotiche supportate dal dialogo virtuale con Wittgenstein, Baudrillard, Foucault e altri grandi pensatori. Un difetto di Maria De Filippi ti odio è l’autocompiacimento scrittorio dell’autore: Castoro ha una proprietà di linguaggio straripante – nonché padronanza della musicalità dei costrutti, ma esagera con l’aggettivazione e parafrasa i concetti anche tre o quattro volte, per necessità esegetiche o con intenti umoristici, dando priorità alla variegatura del lessico a discapito del contenuto. Non risulta chiaro, inoltre, il profilo del suo lettore ideale: se Castoro, ai fini della ricerca, si è sorbito intere stagioni di immondizia televisiva, arrivando così ad esserne un conoscitore, non è questa la condizione di chi conosce solo l’eco di quell’immondizia e al quale i nomi dei vari concorrenti non dicono nulla; Castoro avrebbe forse dovuto fare un passo indietro, corredando il testo di un apparato introduttivo per neofiti. Intrigante invece lo svelamento dei “giochi linguistici” della conduttrice, come l’adozione connotante del termine “seduta”, versione inquisitoria di “sedia”. Da segnalare la presenza, in coda, di un’intervista ad Augé, dai cui “non luoghi” derivano i “fluoghi” di Castoro (p. 57).
Maria De Filippi ti odio di Carmine Castoro è un esperimento riuscito a metà. Da una parte una voce potente, colta, dall’indiscutibile abilità argomentativa e attenta ai preoccupanti fenomeni di diseducazione di massa; dall’altra un testo impegnativo, non per il registro, quanto per l’ingerenza di priorità narrative sull’auspicabile proposta di “un’ecologia dell’immaginario televisivo”, di un’epurazione della scatola magica dal costante processo di mistificazione della morale, qualunque essa sia.

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