Franchi, L’arte del Piano B (Piano B, 2011) * Malicuvata 24 gen 12

Alzi la mano chi non ha mai avuto bisogno di un Piano B. Dall’Arca di Noè in poi, la Storia ne è piena. E nel suo piccolo ognuno di noi ha dovuto escogitare un Piano B per superare frustrazioni, amori finiti, licenziamenti e lutti. Ci sono Piani B grandiosi, che prevedono una riorganizzazione dei paradigmi interpretativi della realtà, una risemantizzazione dei cliché giornalistici o addirittura una trasvalutazione di tutti i valori. Ma a volte, più umilmente, è sufficiente la presa di coscienza che se la nostra attuale condizione lavorativo/sentimentale/sociale ci fa schifo, bene, siamo ancora in tempo per cambiarla. Perché faber est suae quisque fortunae.

Gianfranco Franchi ci spiega come. Il suo, a dire il vero, non è esattamente un Piano B universale, ma piuttosto la testimonianza di un uomo che ha capito come si ottiene ciò che si vuole in uno specifico contesto dato. Questo nulla toglie al suo libro, che non si pone come manuale di soluzioni preconfezionate, bensì come briosa strategia per un cambio di prospettiva.

Il presupposto è che per quanto tutti, in linea teorica, potremmo diventare un “uomo del Piano B”, in pochi sono davvero in grado di farlo. Un Piano B, d’altronde, non è una cosa che si improvvisa. Richiede un mood “freddo, lucido, determinato” (un bipolare no, non ci riuscirà mai). Richiede una “fede” (cap. VII), intesa non come credo specifico, quanto come riconciliazione con la mortalità attraverso il riconoscimento dell’esistenza di (un) Dio, al quale si può giungere tramite “la ‘scommessa’ di Pascal” (v.pp. 43-44): o almeno è così che, un po’ frettolosamente, Franchi ci spiega come ottenere un mood “freddo, lucido, determinato”. E richiede segretezza, senza la quale il nostro progetto rischierebbe di essere inficiato da qualche disfattista o invidioso.

Con queste premesse si può procedere alla realizzazione del Piano B, che consta di quattro fasi: documentazione, progettazione, sperimentazione, attuazione (cap. IV), perché “le buone idee possono venire a tutti. Ma la capacità di realizzare le idee è un talento di pochi”. Solo rispettando questi step potremo conseguire quella soddisfazione professionale che per l’autore coincide con quella esistenziale. Bisogna però chiarire: l’uomo del Piano B non è necessariamente un uomo di successo, ma uno che, nei limiti delle proprie coordinate anagrafiche, culturali e logistiche, ha trovato un equilibrio, fuggendo così a quel “disastro fatto di routine, tasse, debiti e sacrifici” che è spesso frutto un’imposizione sociale.

Divertenti i richiami a Fight Club (“la prima regola del Piano B è che non si parla del piano B”) o certi passaggi narrativi come l’interludio del cap. XXI. Ma L’arte del Piano B non è Palahniuk, non è narrativa, bensì una risorsa potenzialmente preziosa. Sì, come anticipato, non può esserlo per tutti: per quanto Franchi, tramite una dinamica seconda persona singolare, ci catapulti nelle vite più disparate (dal negoziante all’impiegato, dalla casalinga allo sportivo), il suo Piano B calza al meglio su redattori, giornalisti, ricercatori e via dicendo. Altre categorie dovranno fare un piccolo sforzo per traslare certi consigli (forgiati nella matrice della sua esperienza personale) in campi meno umanistici.

Eppure, in generale, il metodo Piano B funziona (io lo applico da due anni – sì, lo conoscevo già – e con risultati sorprendenti). La sua forza sta nella natura di “stato mentale”, di approccio, e non di schema dogmatico. Sono tanti quelli che cercando nei libri le indicazioni per il sentiero della svolta e che, magari ammaliati da una lettura troppo ispirata di Gurdjieff, si sono lanciati in uno piano B catastrofico. Ma questo Piano B non ha tracce di new age, né controindicazioni. Nonostante il registro colloquiale e l’assenza di accademismi, è piuttosto accostabile – per lucidità e funzionalità – alla pragmatica della Scuola di Palo Alto (vedi Change, di Watzlawick, Weakland e Fisch, in Italia per Astrolabio-Ubaldini). Certo, è vero che adottandolo “assieme alla vecchia vita potrebbero andarsene via vecchi amici, vecchie abitudini e vecchie e comode sicurezze”, ma siamo stati avvertiti.

Il fulcro vincente di L’arte del Piano B è la prima parte (I princìpi del Piano B), che contiene il metodo e la teoria per abbracciare questo “stato mentale”. La sezione Le applicazioni del Piano B risulta meno efficace, con trovate brillanti ma anche peculiarità che lo fanno virare al divertissement. Tra Gli esempi del Piano B è particolarmente degno di nota l’excursus sull’editoria (cap. XVI): mirato e militante, difende animatamente il settore da quei “paraculo” che vogliono lucrarci o svilirlo al rango di un qualunque mercato: davvero divertente, soprattutto se di quel mondo si fa parte.

Punto di forza del libro è l’ironia, come quando si parla di finti professionisti: “Il Wanna Be Piano B, qui in Italia, è uno – o una – che ha un accento eccezionalmente milanese, e questo a dispetto della sua regione o della sua provincia di provenienza”. Ma tutta la cifra scrittoria di Franchi è intrattenente, imprevedibile e simpaticamente identitaria, a partire dai suoi amati due punti consecutivi.

Sorprende il capitolo finale, una lode alla casa editrice Piano B: prendendo in contropiede qualsiasi dubbio su una coincidenza tassonomica, Franchi dà una lezione di “gioco a carte scoperte”. Una lode meritata, ci mancherebbe: nata a Prato nel 2007, Piano B si muove con coerenza e classe, da un repêchage filologicamente intelligente a una (forse troppo versatile) veste di qualità. Non a caso per il progetto grafico/cartotecnico della collana Zeitgest è di Ifix (Maurizio Ceccato), un punto di riferimento per l’editoria italiana (Arcana, Elliot, Ponte alle Grazie, Hacca): l’oggetto L’arte del Piano B è un’esperienza tattile rara, che veicola il contenuto divenendone, in qualche modo, parte integrante. Insomma, devo aggiungere altro?

Ah, sì. Per chi non conoscesse Gianfranco Franchi, un invito a visitare il portale dell’associazione culturale Lankelot, da lui fondata nel 2003. E adesso basta, che ho una vita anch’io.

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Informazioni su Mauro Maraschi

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