Intervista a Viola Di Grado (KULT, 20 maggio 2011)

Viola Di Grado, ventitreenne, studia filosofie orientali a Londra. Protagonista del suo Settanta acrilico trenta lana è Camelia: bulimica lessicale (vomita quando parla), traduce manuali per lavatrici e si diletta a deformare i vestiti raccattati dai cassonetti. In più comunica con sua madre, traumatizzata dalla morte del marito, unicamente attraverso un codice di sguardi. Una vita grama, insomma. Scorge la salvezza nell’amore per il cinese Wen, ma sembra condannata a tornare nel “buco”. Ambientato nell’eterno dicembre di Leeds, il romanzo è una fornace d’invenzioni linguistiche e umorismo dark (Camelia decapita i fiori come Morticia Addams). Paragonata a Nothomb e Santacroce, Viola Di Grado concorre al Premio Strega.
Chi è Viola di Grado?
Un’assassina, perché nella scrittura cerco di rendere ogni parola letale, ma anche un’esploratrice: il mio motto è quello della fotografa Madame Yevonde: “Be original or die”. Se per i cinesi la letteratura deve insegnarti qualcosa del mondo, per me deve fartelo disimparare per lasciar spazio a qualcosa di nuovo.
Come è nato Settanta acrilico trenta lana?
A dieci anni ho fatto un patto con me stessa: fino ai diciassette non avrei più parlato, ma soltanto scritto. Ovviamente non l’ho seguito, ma è diventato lo spunto per raccontare l’”anoressia verbale” di una ragazza sprofondata in un buco da un trauma. I veri protagonisti sono però i caratteri cinesi: anni fa mi chiusi in casa per settimane in totale intimità con loro, per stabilire un morboso tu per tu con la “morfosillabicità”, col fatto cioè che non esiste segno – al contrario che nelle nostre lingue alfabetiche – che non abbia un significato. Ho sperimentato su di me e ho capito che poteva funzionare.
Si può dire che Camelia, protagonista del tuo romanzo, sia un tuo alter ego?
Più che altro è il mio alter lego, il giochino con cui ho sperimentato le cose che mi stavano a cuore: l’invenzione di un nuovo linguaggio, la ribellione alla moda, i caratteri cinesi come forza salvifica. Poi, come con il lego, dopo averla costruita l’ho distrutta.
Il rapporto tra Camelia e Wen rimane platonico: è un amore perfetto?
Tutt’altro: è imperfetto come la vita di Camelia, è settanta acrilico trenta lana. Il finale, che ha sollevato qualche polemica, rientra nella logica ciclica della vita inadeguata di Camelia che vuole ostinatamente ri-sprofondare nel buco.
Come Nói Albínói, il film da te citato, anche il tuo libro rifugge il lieto fine, esorcizzando però la catastrofe con l’ironia: è il tuo approccio nella vita?
No, è il mio approccio alla letteratura. Pur amando Camelia non ho potuto concederle un lieto fine, perché la storia che volevo raccontare doveva essere ciclica, voleva tornare giù nel buco. E poi io non credo nei libri-comodino: i libri devono tenerti sveglio, non confortarti.
Su Youtube un utente ha commentato una tua intervista lamentandosi che una scrittrice non dovrebbe vestirsi come Lady Gaga. Cosa gli rispondi?
Che i vestiti di carne cruda li metto solo quando vado allo zoo ed entro nelle gabbie dei leoni.
Ho letto che il tuo designer preferito era Alexander McQueen. Quanto ti interessa la moda?
Quello che m’interessa della moda è farla a pezzetti. Odio la gente che si veste in serie, odio le marche, e odio qualsiasi cosa che diventa di moda anche quando prima l’amavo. Sto attenta a come mi vesto quando soprattutto sono sola.
Chi sono i tuoi scrittori di riferimento?
I miei artisti di riferimento sono Bjork, PJ Harvey e David Lynch, ma forse questa è un’altra storia…
Sei figlia di una scrittrice e di un italianista: quanto ti ha aiutato a esordire come autrice?
Proprio perché crescevo circondata dai libri, per ribellione mi buttavo su cose diverse dalla lettura, come progettare e costruire giochi da tavolo. Alla scrittura sono arrivata trasversalmente: prima scrivevo in un alfabeto inventato da me.

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