Federico Di Vita, Pazzi scatenati (effequ, 2011) * Mangialibri 21 apr 12

Divita_pazziIn Italia si pubblicano ogni anno 60mila libri, una media di 164,38 al giorno: arduo stabilire quanti di questi vendano una copia in più del numero di parenti dell’autore, impossibile negare la sovrapproduzione editoriale, o se preferiamo “tipografica”, del nostro paese. “Nel 2010 le case editrici presenti a Più libri più liberi, l’annuale fiera della piccola e media editoria, erano 431, niente in confronto alle 7.009 attive nello stesso istante sul suolo nazionale”. Se tutte queste imprese costituissero una fonte di lavoro tutelato si potrebbe apprezzare l’aspetto economico del fenomeno, ma le cose non stanno così: se “gli addetti a tutta la filiera sono più o meno 38mila”, un’ampia legione di quest’esercito di editor, impaginatori e factotum redazionali si ritiene insoddisfatta del proprio emolumento. E questo solo perché lavorare in editoria è “un mestiere affascinante”: pura follia, insomma. D’altronde: “Tutti questi libri di tutti questi editori hanno la possibilità di rendersi visibili su un mercato limitato come quello italiano?” (Il quale consta, che noia ripeterlo, più di scrittori che di lettori). Ma soprattutto: “queste imprese riescono a produrre un reddito capace di sostenerle e retribuire il lavoro di chi quei libri li ha fatti?”. Secondo Federico Di Vita “la risposta a queste domande è quasi sempre no”. Ma facciamo un salto indietro, ed esattamente a come è nato Pazzi scatenati: “Un paio d’anni fa mi misi in testa di scrivere un saggetto sulla piccola e media editoria, non proprio un saggio, una specie di documentario. […] Tempo dopo rimisi mano a quei due capitoli e li infilai in un’antologia di racconti. Il mio editore […] cominciò a spronarmi:

«Dovremmo farci veramente un saggio, sai per quella collana…»
«…»
«Sì, su questa storia dell’editoria romana.»
«Romana?»
«Vabbè, su, hai capito, la piccola editoria. Un saggio leggero, per la fiera».
«Non questa, non farò mai in tempo!»
«Va bene per l’anno dopo, facciamo un piccolo scandalo».
«Se faccio i nomi mi denunciano».
«Faremo quello che c’è da fare, anche legalmente»”.

Di nomi, in effetti, Pazzi scatenati abbonda. Per fortuna, però, al momento nessuna denuncia, sia perché le riflessioni sono quelle legittime e argomentate di un precario dell’editoria, sia perché ad essere nominati sono più i meritevoli che i disprezzabili (anche perché alcuni di questi hanno ventilato querele). Si va dai librai agli editori fino ai promotori, dipingendo, tramite interviste, uno scenario fatto di lavori “a gratise”, di approssimazione e investimenti sprovveduti, con la puntualizzazione che – ovviamente – si sta generalizzando e che c’è sempre, da qualche parte, uno di questi “pazzi scatenati” disposto a comportarsi onestamente. Parecchi i punti a favore di questo pamphlet dalla struttura perfettibile (bastava una titolazione dei paragrafi più esplicativa): le testimonianze di Alessandroni (titolare di Altroquando) sulle librerie indipendenti e di Cassini sulla distribuzione (e sulla sua ineludibilità); un registro che spazia dal documentaristico all’umoristico surrealista, supportato da una scrittura frizzante; l’esaustivo excursus sulla legge sullo sconto del libro; e infine gli inserti parodistici sulla catastrofica esperienza personale del narratore (ovvero Il crudele apprendistato di Vero Almont), che però non può considerarsi universalizzabile. In conclusione Pazzi scatenati è a metà tra un libro-inchiesta e uno sfogo dettagliato nel quale la generazione Cocopro può rispecchiarsi per smorzare l’accomodante sorriso amaro che la contraddistingue.

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