Intervista a Emmanuele Bianco (KULT, 14 luglio 2010)

Tiratori scelti è l’esordio eccellente di Emmanuele Bianco, classe 1983, nato a Milano (ma di origini cosentine) ed ex allievo della Scuola Holden. Racconta, con spietato affetto, delle nuova gioventù bruciata dell’hinterland milanese: la discendenza da immigranti meridionali, l’abuso di cocaina, violenza e Acqua di Giò e l’assenza di certezze sul domani. Cocaina, violenza e futuro a rischio: ecco cosa accomuna i personaggi di Tiratori scelti. Tramite la gioventù bruciata dell’hinterland milanese, raccontata con spietato affetto, Emmanuele Bianco dà voce e dignità alla rabbia di tutti i quartieri degradati d’Italia.

Chi sono i tuoi tiratori del titolo?

Sono tutti coloro che hanno a disposizione un solo tiro per centrare il bersaglio. Gli ultimi, chi non ha il culo parato e non può permettersi di sbagliare troppi colpi. Il titolo allude alla cocaina, presentissima nel romanzo, ma che è tuttavia è il mezzo e non il fine dei miei personaggi.

Quanto è difficile abbandonare la realtà che descrivi?

La realtà che descrivo non si abbandona mai completamente. Ci si sposta, si va via, si fa il giro del mondo. Ci si può anche non fermare mai, ma l’origine è un punto fermo.

Qual è la percezione che i ragazzi di quartiere hanno della nuova generazione di immigrati, gente che stavolta, invece che dal sud Italia, arriva dal sud del mondo?

Quando un territorio subisce una mutazione demografica si va a corrompere un equilibrio. Se il tuo vicino crede in un dio diverso dal tuo, parla un’altra lingua e vive diversamente da te è normale che si sia un po’ di tensione. La parola tolleranza non mi piace, prelude a uno scontro. L’unica via è l’integrazione e il rispetto reciproco.

Hai definito il tuo romanzo un atto d’amore nei confronti della periferia.

Secondo me l’essere umano è complesso e si muove come riesce nel trappolaio di questi tempi. Cose facili non ce ne sono e invece questa società del tutto “easy” pretende di dirti chi sei senza saperne nulla. Dico che ho scritto un atto d’amore perché ho ricercato aderenza alla complessità dell’individuo e delle cose. Non è facile vivere, è inutile che stiamo a prenderci per il culo.

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