Massimo Colombo, Non ti uccido (KULT, 18 aprile 2008)

Esistono eventi che ci cambiano la vita. A volte sono positivi, altre traumatici, altre ancora essi si collocano in quell’impercettibile area di confine che separa il bene dal male. È questo il caso di Cassandro Schweizner, la cui esistenza viene rivoluzionata dall’omicidio di entrambi i genitori, avvenuto durante un tentativo di svaligiamento. Quest’evento trasformerà questo riservato diciassettenne, spesso rintanato nei suoi classici letterari, in un giovane inquieto e turbolento. Cassandro infatti si legherà proprio a Erjon, il giovane assassino albanese dei suoi genitori, ed emulandone la tempra vivrà un percorso formativo deviato, che gli permetterà infine di far ripagare al suo mentore e aguzzino il debito esistenziale dell’orfanità. Così come nel vissuto di tutti i giorni bene e male si mescolano, l’ambiguità dei ruoli di buoni e cattivi permeerà tutta la vicenda, fino all’imprevedibile epilogo.

Questa la sinossi di Non ti uccido, l’esordio di Massimo Colombo edito da Cabila Edizioni. Un racconto crudo ma verosimile nel quale l’autore, operatore presso una comunità psichiatrica in Brianza, sfoggia una scrittura asciutta e ben ritmata e la capacità di inquadrare psicologicamente i protagonisti tramite i gesti più che con le descrizioni. Si alternano così due registri opposti, quello di una cechoviana planata aerea sui personaggi, distaccata ma intransigente, e il cameratismo di certi romanzi giovanilistici, privo però di autocompiacimento. Da sottolineare l’atipica ambientazione brianzola per una storia di violenza e l’esplorazione di un mondo ai più sconosciuto, quello delle fisi albanesi, fatto di codici tribali mai moralmente giudicati dall’autore. Nell’insieme un esordio godibile, raffinato e repentino, un bildungsroman doloroso quanto attuale.

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