Bernard Malamud, Gli inquilini (KULT, 3 giugno 2008)

Due scrittori assediano una palazzina di Brooklyn, che deve essere abbattuta per far posto a un condominio di lusso, impedendone la demolizione, determinati a non abbandonarla prima d’aver concluso la stesura dei rispettivi libri. Il primo Henry Lesser è ebreo e relativamente affermato e vive la scrittura come una missione; il secondo Willie Spearmint è nero e scrive per la rivoluzione del suo popolo piuttosto che per l’immortalità. Dopo un’iniziale solidarietà tra scrittori, l’entrata in scena della donna del secondo li porterà ad un’aspra rivalità letteraria e al più razzista odio personale. Questa la trama de Gli inquilini di Malamud, pubblicato originariamente nel ’71 in America ed edito oggi in Italia da Minimim Fax, per la collana Classics. Un romanzo controverso, da amare o odiare, che si avvale di una prosa eclettica e di qualche stereotipo tipico dell’epoca. Willie Spearmint, ad esempio, è un afroamericano alla Tarantino, irascibile, lunatico e sboccato. Dal canto suo Harry Lesser sfoggia una passionalità flemmatica che ricorda quella del protagonista di Opinioni di un clown di Böll. Un incontro/scontro rutilante e coinvolgente che li porterà prima ad invertire i propri equilibri vita/scrittura e poi all’esplosione finale. Politico, provocatorio e visionario.

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